1) Montaigne. Il cristianesimo e le guerre di religione.
Secondo Montaigne la fede  un dono di Dio (grazia) e la ragione
non pu e non deve avere su quest'argomento un'importanza
decisiva. Se la fede si fonda sulla ragione, che  un fondamento
debole, essa finisce con l'essere stravolta dalle passioni umane,
come i fatti di Francia dimostrano.
M. E. de Montaigne, Saggi, secondo, capitolo dodicesimo (pagina
47).

Tuttavia, il mio pensiero  questo: che ad una cosa cos divina e
cos solenne, che a tal segno oltrepassa l'intelletto umano, come
 il caso di questa verit, con la quale il buon Dio si 
compiaciuto di illuminarci,  necessario che egli non ci lasci
mancare il suo aiuto, una particolare e straordinaria benevolenza,
perch noi possiamo impadronircene e farla nostra e non credo che
i mezzi umani ne siano da soli capaci; e, che, se essi lo fossero,
gli uomini eccezionali ed eccellenti, cos numerosi, e cos
abbondantemente forniti di forze naturali degli antichi secoli,
non avrebbero mancato di giungere colle loro argomentazioni a
questa conoscenza. Soltanto per mezzo della fede possiamo
abbracciare in modo vivo e con certezza gli alti misteri della
nostra religione. Ma questo non significa che non sia un disegno
sublime e degno di lode quello di rivolgere al servizio della
nostra fede gli strumenti naturali ed umani che Dio ci ha dato.
Non si pu dubitare che non sia questo l'uso pi degno che noi
sapremmo farne, e che non vi  occupazione o disegno pi
conveniente al cristiano, di quello di dirigere interamente i suoi
studi e pensieri ad abbellire, estendere ed ampliare la verit
della sua religione. E come non ci accontentiamo di servire Dio
con l'anima e con lo spirito: ma gli dobbiamo, e gli rendiamo
anche una riverenza fisica, applicando le nostre membra, i
movimenti e le cose alla sua glorificazione; lo stesso occorre
fare con la ragione, colla quale dobbiamo accompagnare la nostra
fede; ma sempre con questa riserva, di non arrivare a pensare che
essa dipenda da noi, e tanto meno che i nostri sforzi e le nostre
argomentazioni possano attingere una scienza cos sovrannaturale e
cos divina.
Ma se essa non viene a noi attraverso una sovrannaturale
infusione; se essa ci viene attraverso le parole, e per strumenti
umani, essa allora non  in noi nella sua completa grandezza e
splendore. E certo io temo che sia questa la sola via per la quale
noi possiamo goderne. E se arrivassimo a Dio per mezzo di una fede
viva, se arrivassimo a lui con mezzi divini e non con mezzi umani;
se avessimo passo e consistenza divini, l'umana situazione non
avrebbe la possibilit di intralciarli, siccome invece fa; la
nostra cittadella non si arrenderebbe davanti ad assalti cos
deboli: l'amore della novit, la costrizione del principe, il
successo di un partito, l'oscillazione sconsiderata e fortuita
delle nostre opinioni, non avrebbero la forza di scuotere o di
alterare la nostra religione;  non la lasceremmo esposta a nuovi
argomenti e convincimenti, e meno che mai a tutte le retoriche che
mai vi sian state: ma ci opporremmo a questi colpi con sicurezza
inflessibile ed assoluta: Come una rupe possente respinge i
flutti, ed infrange intorno le onde incalzanti con la sua mole
(Anonimo). Se questo raggio della divinit ci toccasse in qualche
modo, esso dovrebbe manifestarsi dappertutto; non soltanto le
nostre parole, ma anche i nostri atti ne porterebbero la lucida
impronta. Tutto ci che da noi proviene lo vedremmo illuminato di
questa divina chiarezza. Dovremmo provar raccapriccio che esso sia
fatto settario, quale che fosse la difficolt inerente ad esso;
che non si siano conformati ad esso il comportamento e la vita: un
istituto cos divino e celeste si riscontra nei cristiani soltanto
a parole.
Volete la riprova di ci? Paragonate con quelli di un maomettano o
di un pagano, i nostri costumi; il paragone  sempre negativo per
noi, mentre, per merito della nostra religione, noi dovremmo
brillare ed eccellere, senza possibilit di confronto, cos che si
dovrebbe dire: sono giusti, caritatevoli, buoni? dunque sono
cristiani. Gli altri aspetti sono comuni a tutte le religioni, la
speranza, la fiducia, gli avvenimenti, le cerimonie, le penitenze,
i martiri. La caratteristica della nostra verit dovrebbe essere
la nostra virt; poich essa  la caratteristica pi divina e pi
difficile e il frutto pi degno della verit. Ebbe, tuttavia,
ragione il nostro buon San Luigi, quando il re tartaro che si era
fatto cristiano intese venire a Lione a baciare i piedi al Papa e
riconoscere la santit dei nostri costumi, di dissuaderlo
immediatamente, temendo che avvenisse il contrario e che la nostra
vita dissoluta non gli procurasse disgusto per una cos santa
fede. Per quanto avvenne il contrario a un tale che, essendo
andato a Roma con la stessa intenzione e vedendovi la dissolutezza
dei prelati e del popolo di un tempo, si rinsald nella nostra
religione, considerando quanta forza e divinit essa doveva avere
dal momento che manteneva dignit e splendore in mezzo ad una tal
corruzione e sostenuta da mani cos viziose.
Se avessimo una sola goccia di fede, muoveremmo le montagne, dice
il testo sacro; le nostre azioni sarebbero allora pi che umane,
essendo guidate ed accompagnate dalla divinit; avrebbero tratti
di divinit come la nostra religione. E' facile stabilirsi nella
bont e nella giustizia, se si crede (Quintiliano, dodicesimo,
undicesimo).
Alcuni danno a credere di credere, mentre non credono. Altri, e
sono anche di pi, lo danno a credere a se stessi, senza saper
comprendere che cosa significa credere.
Troviamo strano che, in mezzo alle guerre che opprimono il nostro
stato al presente, vediamo gli avvenimenti andare a caso e
moltiplicarsi all'infinito e senz'ordine. Il motivo  che non vi
apportiamo niente se non l'interesse particolare. Alcuni partiti
sostengono la giustizia: ma non la fanno che per ornamento e
dissimulazione; si protesta in nome suo, ma essa non  fatta
propria, assimilata, sposata; sta in costoro come sulla bocca
dell'avvocato, non come sentita ed amata. Dio concede il suo
soccorso sovrannaturale alla fede e alla religione, non alle
nostre passioni. Gli uomini producono quelle guerre e si servono
della religione in vista in esse: mentre dovrebbe essere tutto il
contrario.
Il fatto  che la tiriamo colle nostre mani, come se fosse cera,
in tante fogge diverse, contrarie ad una figura cos diritta e
cos ferma, quale dovrebbe essere. Quando mai si  potuto
constatare ci meglio che nella Francia dei nostri giorni? Vi 
chi prende a sinistra, chi a destra, vi  chi dice nero, chi dice
bianco; tutti sottomettono la religione alle loro imprese violente
ed ambiziose, si comportano con un progresso cos costante nella
sregolatezza e nell'ingiustizia, che portano a dubitare e rendono
difficile il credere, poich le opinioni riguardo a cose dalle
quali dipende la nostra condotta e la legge di vita sono cos
diverse. E' possibile veder derivare dalla stessa scuola o dalla
stessa dottrina costumi pi simili, pi unitari?.
Questa  l'orribile impudenza con la quale corrompiamo le ragioni
divine; cos, empiamente, l'abbiamo ripudiata e ripresa a seconda
della nostra posizione in questi pubblici fortunali. Questa frase
solenne: se sia permesso al suddito ribellarsi e prendere le armi
contro il proprio principe per la difesa della religione; vi
ricordate come essa era, l'anno scorso in senso affermativo,
l'insegna di un partito; in senso negativo l'insegna del partito
opposto? Fate caso da qual parte viene ora ripetuta e fatta
valere; e se le armi facciano maggior strepito per questa o quella
causa. E, poi, se bruciano coloro che dicono che bisogna
sottomettere la verit al giogo delle nostre necessit.
Confessiamo la verit: colui che scegliesse nella schiera sia pure
legittima e moderata coloro che procedono mediante il solo zelo di
entusiasmo religioso, e coloro che hanno per iscopo soltanto la
protezione delle leggi del loro paese o di mantenersi al servizio
del principe, costui non sarebbe in grado di metter insieme
un'intera compagnia di soldati. Da cosa deriva che non vi sono
ormai molti che abbiano mantenuto la stessa volont e la stessa
maturit in mezzo ai nostri sbandamenti pubblici e che non si
vedano, invece, ora andare al passo, ora correre a briglia sciolta
e persino turbare i pubblici affari, ora con la violenza e
asprezza, ora con la freddezza, debolezza e inerzia, se non dal
fatto che li muovono considerazioni particolari e casuali sulla
cui diversit essi si atteggiano?.
In ci io vedo con evidenza che noi intendiamo la religiosit
soltanto come autorizzazione delle nostre passioni. Non vi 
avversione cos eccellente come la cristiana. Il nostro zelo
religioso fa meraviglie quando si tratta di incoraggiare la nostra
tendenza verso l'odio, la crudelt, l'ambizione, l'avarizia, la
denigrazione, la ribellione. Mentre, al contrario, verso la bont,
la benignit, la temperanza, se non dipende da un'indole
eccezionalmente disposta, non h a piede n ala.
La nostra religione ha come scopo di estirpare il vizio; essa,
invece, lo protegge, lo nutre, lo incita. Non bisogna farsi beffe
di Dio. Se credessimo in lui, non dico per fede autentica, ma
semplicemente per adesione, cos come crediamo una qualsiasi altra
storia (sia detto a nostra vergogna), come crediamo ad un amico,
l'ameremmo allora al di sopra di ogni cosa, per l'infinita bont e
bellezza che vedremmo in lui: o almeno egli godrebbe della stessa
considerazione che godono per noi la ricchezza, i piaceri, la
gloria e gli amici.
Il  migliore di noi non ha ritegno nell'oltraggiarlo come ha
ritegno nell'oltraggiare il suo vicino, il proprio padre, il suo
signore. E' l'intelligenza quella che scambia l'uno per l'altro
l'oggetto di un piacere vizioso, che ha da una parte, con una vita
e gloria immortale che ha dall'altra? Vi rinunciamo soltanto
perch lo sottovalutiamo; ma quale piacere ci attira ad
oltraggiarlo, se non il piacere puro e semplice dell'offesa?.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1964, volume
settimo, pagine 166-169.
